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Dalla prefazione al catalogo "Ad Sidera per Athanasius Kircher" (2008)
La mostra Ad Sidera è un evento congeniale che fa rivivere per frammenti ciò che il dotto gesuita aveva messo in scena in appendice alla trasformazione immaginifica della città voluta dai papi e realizzata con straordinaria intensità dagli artisti.
La nuova edizione edizione dell’obelisco dedicato a Cristina di Svezia, riformulato dalla Varela come un magico sogno infantile servirà di chiave ai visitatori per guardare con nuovi occhi la fontano berniniana di piazza Navona e l’imprevedibile inserto, oltre che di una ballerina di Degas, di un angelo benedicente confermerà ironicamente la quartina scritta da Pompeo Colonna intorno al 1652:
Chi brama aver certezza, or sarà pago
Chè da Atanasio al fin con gloria doppia
Per vie non più tentate oggi s’accoppia
Sagacemente il cristiano ed il mago.
All’insegna della magia e del tempo che scorre ineluttabile la Varela ci ripropone l’immagine di Kircher, sdoppiata, triplicata, rovesciata su un fondale rosso su cui obelischi e geroglifici si mescolano in un bruciante calderone di forma ovale. Altrove lo dipinge circondato da aeroplani in mezzo a nuvole barocche o raddoppiato e rovesciato in una carta da gioco.
Tra gli affreschi che ricoprivano la volta del salone del museo spiccava tra grande ovali quello dedicato alla rondine marina, il pesce volante esibito in una vetrina. L’iscrizione corrispondete recitava: “la sapienza è un tesoro ineguagliabile, chiunque la trova è beato: l’amico di Dio, anche se di aspetto umano, mostra sotto di esso sembianze divine”; “vi è cielo in alto, vi è cielo in basso, tutto è sopra e tutto è sotto, comprendi questo e riuscirai”. Cybèle Varela ci aiuta con le sue immagini ossimoriche, delicate e violente, gioiose e melanconiche, a comprendere e a riconoscere la legge dell’eterno ritorno.
Paolo Portoghesi, Roma, marzo 2008
Dalla prefazione al catalogo “Cybèle Varela” (2007)
Lo spirito dada-surrealista sopravvive ancora. Di tutti i movimenti d’avanguardi, gli ultimi due sono i più vitali ed operativi; resistenti ed operativi. Li si incontra ormai come un habitus mentale in tutte le prove dell’arte nella seconda metà del XX secolo e hanno già varcato, vigorosamente, la soglia del secondo millennio. Presenti in maniera clamorosa nelle manifestazioni americane della Pop Art dopo la metà del secolo trascorso, questi movimenti son ben lontano dall’esserci estinti: no, non fu una fiammata ma una nuova forte maniera di pensare e fare arte.
Pop e surrealista di fondo è anche il lavoro di Cybèle Varela. La pittrice ha iniziato a lavorare fin dagli anni sessanta. Brasiliana d’origine ha dall’età più giovanile vissuto e lavorato in Europa. A Parigi, per circa dieci anni, poi a Ginevra. Punti di osservazioni ideali per seguire lo svolgersi della ricerca contemporanea.
Cybèle si indirizza subito a quanto le è più congeniale: fare arte in maniera pop. Così poteva di colpo conciliare surrealismo e il fondo di immagini legate profondamente alla sua cultura d’origine extraeuropea. La Pop Art nelle sue innumerevoli declinazioni maneggia un sapere a fondo popolar-nazionale di volta in volta diverso, irto di iperbole assolute e profondamente rivoluzionarie nella sua disinvoltura. Comunque accesso e sempre festoso.
Nelle opere recenti (…) espone una sorta di politico dove compaiono in una summa singolare, Sant’Antonio, un giovane lottatore giapponese, il suo amato cane, fiori e frutti, disposti capricciosamente nello spazio. Accanto a quest’opera di grande impegno, autoritratti visti in scorsi prospettici mirabolanti. Tutti questi dipinti sono realizzati con colori acrilici.
Cybèle sembra, dunque, aver preso una strada nuova: riprendendo l’amata prospettiva, che con la geometria già regolava le sue composizioni, inserisce in questa struttura più aerata (…) a volte con impennate acrobatiche dello spazio per lo spericolato “dal sotto in su”, motivi personali ed intimi. Così compaiono, assieme al suo autoritratto, immagini gioiose di bimbi – bambole? – un luccichio di toni dorati nei capelli resi più evidenti da un implacabile cielo blu che fa da sfondo. Ora è il mondo interiore ad occupare il campo pittorico. C’è in queste tele qualcosa della felicità che emana da alcune opere di Rosenquist. Il suo mondo interiore è limpido: i tocchi brevi e fitti del pennello sembrano alludere a una serenità quasi sempre sorridente.
Bruno Mantura, Rome, gennaio 2007
Dalla prefazione a “Cybèle Varela, peintures 1960-1984” (1984)
Per Cybèle Varela la meccanica della pittura non passa per un effetto contenuto nella materia, questa vibrazione che si ritiene tradurre l’emozione, la mano sensibile agli ordini di una sensazione infine percepita dal corpo. Un accordo fondamentale con l’elementare, motore di gran parte della produzione pittorica contemporanea inscrivendosi nel solco dell’astrazione lirica.
Tanto per il suo aspetto, che per l’effetto tridimensionale cui tende, e infine per la distanza che pone tra sé e il soggetto, Cybèle Varela s’inscriverebbe piuttosto in una tentazione geometrica. Dalla parte degli architetti dello spazio, dei suoi segnalatori.
...Frattura nitida con il secolo XIX, che contiene in sostanza tutta la pittura dei nostri giorni, ma forse esaurito dall’offerta sfrenata delle avanguardie, della loro successione accelerata che, per una volta, non risponde più agli appelli di quelli che vogliono assolutamente legare il presente a un passato più o meno razionale.
Così che una possibile preferenza storica per Cybèle Varela si situerebbe piuttosto dalla parte della pittura di Poussin, o da quella del secolo XVIII, nella sua amabile drammatizzazione e nella sua ricercatezza un po’ altezzosa.
Cybèle Varela, che moderna è già per i contenuti, lo è forse ancora di più per i suoi metodi. Progettando nello spazio non tanto il satisfecit delle sue emozioni che una volontà ostinata di ricreare un mondo per sottolineare certi aspetti che prenderanno vita come espressione estetica, ma anche, più perfidamente, come attitudine di fronte ad un’epoca. La sua morale.
Jean-Jacques Lévêque Parigi, agosto 1984
Il reale al livello del linguaggio – prefazione a una mostra alla Galleria Bonino – 1975
Cybèle Varela non dipinge paesaggi. L’assoluta banalità dell’immagine speculare non è che un pretesto. Quello che mi ha colpito subito nelle sue opere, è stata la radicale separazione, o meglio, la perfetta autonomia, in seno alle loro dipendenze interne, tra i due sistemi, quello del “dipinto”, significante-pretesto, e quello della “pittura”, rivelatore e metodo di lettura.
Il sistema pittorico della Varela si basa su un metodo di lettura della luce: strutturazione del raggio luminoso e distribuzione delle ombre. Il codice è rigoroso quanto semplice: l’artista riproduce in modo pittorico le ombre portate dalla luce attraverso la finestra del suo studio, così come si sono fissate attraverso lo scatto fotografico. L’intervento di questo dato strutturale sull’immagine-pretesto crea l’articolazione del discorso, o, se si preferisce, l’espansione sistemica del linguaggio.
Il rapporto così stabilito è moltiplicativo: quello che ci trasmette il pittore sulla sua tela è qualcosa come un raggio di sole e i suoi effetti contrastanti. Questa struttura semplice, indefinitamente ripetuta in modi diversi, costituisce il fondamento sistemico del linguaggio, l’insegnamento di questa pittura.
Il rapporto moltiplicativo ombra/luce agisce sull’unità rappresentativa dell’immagine (qualcosa come un paesaggio) ed è così che la pittura di Cybèle Varela ci restituisce la realtà pluridimensionale del campo visivo. Il reale di Cybèle Varela esiste soltanto al livello del linguaggio.
Una tale integrazione strutturale vale per l’estremismo del partito preso, e per le conseguenze che ne derivano logicamente. Questo sistema non ha fine, mi direte; quest’artista ha soltanto 31 anni, può continuare ad libitum su questo abbrivio, sfruttare senza limiti il suo metodo linguistico: sarebbe dimenticare che le lingue vive sono mortali e che la loro sopravvivenza dipende rigorosamente del rapporto rappresentazione/scrittura. Ecco quello che Cybèle Varela è perfettamente riuscita a dimostrarci.
Pierre Restany Parigi, maggio 1975
Paesaggi – Prefazione ad una mostra alla Galleria Liliane François – 1974
C’è come una graziosa provocazione nel titolo di questa mostra: Paesaggi. Come? Si può ancor oggi dipingere dei paesaggi, senza che cinquant’anni di storia della pittura siano serviti a nulla?
Occorre guardare più da vicino: lo spazio pittorico di Cybèle Varela è molto distante dell’illusione secondo Alberti. Uno schermo ci separa da quello che è dato di vedere, che si percepisce soltanto attraverso un dotto gioco di riflessioni.
La pittrice costata soltanto questo: la nostra società è fatta in tale modo che non siamo più “aperti” verso la natura (così come non lo sono le nostre case) ma, al contrario, è essa che viene, grazie al vetro e alla sua astrazione, a giocare a titolo di “atmosfera” nel nostro “ambiente”. L’uomo delle città ha perduto la natura, e il suo ideale di integrazione si realizza – al meglio – tramite l’appropriazione di una vista (possibilmente “imperdibile”) nell’universo domestico. Materiale e supporto chiave del sogno moderno, il vetro ha trasformato il paesaggio in spettacolo: Cybèle Varela non ci dice altro, in larghi e allegri tocchi colorati senza complessi.
Dopo tutto, fu attraverso il vetro che l’uomo avanzò nella conoscenza dell’infinitamente grande (il telescopio) e dell’infinitamente piccolo (il microscopio). Ed è il vetro che adesso materializza a ogni instante la fondamentale ambiguità dell’”ambiente”, come ben se ne avvide Jean Baudrillard: è allo stesso modo prossimità e distanza, intimità e rifiuto dell’intimità, comunicazione e non-comunicazione. Che sia finestra o più precisamente, nel caso di Cybèle Varela, parete, il vetro fonde una trasparenza senza transizione: obbligo a vedere, ma divieto di toccare! Tale soddisfazione formale nasconde una relazione di esclusione che questo lavoro elegante denuncia con stupendo vigore, appunto senza darne l’impressione.
Ci dicono che il vetro è il materiale dell’avvenire: queste immagini possano dunque aiutarci a capire che ciò che si annuncia è la sconfessione del nostro proprio corpo e delle sue funzione organiche, a vantaggio di un’obbiettività senza residui: quella degli esseri incolori, inodori, imputrescibili e indistruttibili, come il vetro! Possa la pittura di Cybèle Varela aiutarci anche a dire di no, se ancora ne abbiamo la forza.
Jean-Luc Chalumeau Parigi, aprile 1974
Dalla prefazione a una mostra individuale – Galleria Goeldi – 1968
Al momento, una nuova generazione si sta formando nella Guanabara, Estato di Rio, San Paolo, Minas Gerais, Recife, Campina Grande e Campo Grande. Giovani, aggressivi, impulsivi e senza compromessi verso le tradizioni e i modelli accademico-scolastici, ma seriamente preoccupati di ritrovare le radici brasiliane della nostra cultura.
Cybèle Varela fa parte di questa nuova generazione.
Ha presto dimostrato una grande sensibilità verso i temi legati al paesaggio urbanistico, che ha sempre trattato con intelligenza, vivacità e senso critico. Nei fatti, la giovane artista capisce come la vita, nella sua essenza più intima e immutabile, sia eternamente una sola. L’uomo però è instabile, e il suo vivere è precario. L’ambiente urbano con i suoi stimoli e le sue pressioni, aggravano questa instabilità, trasformando continuamente il modo di vivere, determinando l’obsolescenza di tutti i valori. La metamorfosi dell’uomo nel territorio urbano è uno dei temi più constanti dell’arte di Cybèle Varela – o almeno lo è stato fino a poco tempo fa. I semafori, le strisce pedonali e altri segnali urbani vengono usati per sottolineare queste trasformazioni. La sua narrazione rompe frequentemente con i limiti virtuali della tela, e quando usa il box-form, salta di scatola in scatola.
In alcuni dei suoi quadri suburbani, come in una sorta di amplificata e modificata cartolina, si percepisce la nostalgia di un Brasile tellurico, rurale, tropicale, la nostalgia per coloro i quali, pur abitando nelle periferie, sentimentalmente vivono ancora nelle campagne e nel passato. Il Brasile-pan-di-zucchero-pappagalli-banane-palme-copacabana, che l’artista constata, ma che anche contesta in maniera dialettica.
Frederico Morais, Rio de Janeiro, giugno 1968.
Dalla prefazione ad una mostra individuale - Galleria Copacabana Palace - 1970
La pittura di Cybèle Varela è franca. Dipingere è il suo modo di contestare l'impostura - ma con una gaia naturalezza. Allargando lo sguardo all'orizzonte, vediamo Piero della Francesca e Hopper, che dettano la chiara narrativa di Cybèle: la tradizione della dolcezza, della pittura stessa, passando della nobiltà depurata al ciclo della solitudine dell'uomo moderno e infine all'iconografia solare dello scenario urbano carioca.
In questo momento fecondo ed energico della sua vita/opera, Cybèle Varela pone delle esigenze - la sua generazione, con lei, è più forte e più popolata. Perché lei non è uno, non esegue censure, ma è un individuo che censisce. E il suo popolo è genuino, come il suo colore demistificato, come il piacere del suo gioco, come la sua ironia e la sua manipolazione dello spazio.
Walmir Ayala, Rio de Janeiro, aprile del 1970.
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